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Memoria e investimenti: il rendimento che ricordi non è quello reale

Data pubblicazione: 28 ottobre 2026

Autore: Donato Loria

Donato Loria
Memoria e investimenti: il rendimento ricordato e quello reale

Gli investitori ricordano rendimenti più alti di quelli ottenuti. E più il ricordo è sbagliato, più si sentono sicuri delle scelte successive.

Paolo ha 58 anni, è ingegnere e socio di uno studio tecnico. In trent'anni ha messo da parte circa 190.000 euro, tra tre fondi, qualche azione e un conto deposito.


Domenica sera, a fine cena, il telefono gli propone un video automatico dei ricordi: l'estate 2022 in Cilento, montata con la musica. Spiagge, tramonti, la figlia che ride. Del temporale che li aveva fatti rientrare con tre giorni di anticipo non c'è traccia. Paolo fa girare il telefono intorno al tavolo.


“Che estate.”


Il figlio, che da poco ha aperto il primo conto titoli, gli chiede come avesse affrontato i mercati quell'anno.


“Nel 2022 non ho toccato niente. Ho tenuto duro.”


Nessuno, a tavola, ha motivo di dubitarne. Nemmeno lui.


La memoria e la gestione di un patrimonio sembrano due mondi lontani. In realtà lavorano sullo stesso materiale — il passato e il racconto che ne facciamo — e servono allo stesso scopo: decidere oggi sulla base di ciò che crediamo sia successo. E nei due campi l'errore è lo stesso: scambiare la sicurezza di un ricordo per la sua esattezza.


Qui vediamo perché succede, che ruolo ha l'intelligenza artificiale e come evitare che il racconto delle nostre scelte ne prenda il posto.


Come l'intelligenza artificiale può riscrivere i nostri ricordi


Prova a ricordare i voti dell'ultimo anno di superiori. Con buona probabilità il ricordo è più generoso della pagella: lo hanno osservato studi su studenti universitari americani. Non è disonestà. La memoria non è un archivio ma una ricostruzione, che si rifà ogni volta che la richiamiamo e riempie i vuoti con ciò che sembra plausibile.


La novità è che oggi a riscrivere i ricordi può essere, senza alcuna intenzione, un'intelligenza artificiale.


Al Media Lab del MIT, il gruppo di Pattie Maes ha mostrato a 200 persone 24 fotografie e poi, ad alcune di loro, le stesse immagini ritoccate con l'AI o trasformate in brevi video. Al test di memoria, chi aveva visto le versioni alterate ricordava molti più dettagli mai esistiti, e vi riponeva una fiducia più alta.


Ancora più netta è una ricerca della Georgetown University guidata da Mattea Sim, diffusa a settembre in versione preliminare. A 331 persone è stato mostrato un breve video animato in cui un'auto investe un pedone. Uno o due giorni dopo hanno letto un riassunto generato dall'AI: per alcuni corretto, per altri con un cartello stradale sbagliato. Con il riassunto corretto, quasi l'84% ricordava il cartello giusto. Con quello sbagliato, circa il 45%. Sapere che il riassunto era stato scritto da un'intelligenza artificiale non proteggeva dall'errore. Nei riassunti prodotti dall'AI, i ricercatori hanno trovato errori frequenti, soprattutto omissioni: nella maggior parte dei casi mancava proprio l'evento centrale del video.


Questo non significa che i riassunti generati dall'AI siano da evitare: spesso fanno risparmiare tempo e funzionano bene. Ma leggerli non è un gesto neutro. Il riassunto non si aggiunge al ricordo: rischia di prenderne il posto.


Perché ricordiamo i guadagni e dimentichiamo le perdite


Il patrimonio ha una sua “memoria ricostruita”: il ricordo di come sono andati gli investimenti, e del perché li abbiamo fatti, si riscrive ogni volta che lo richiamiamo, e si riscrive nella direzione che ci rassicura. Anche qui il problema non è dimenticare. È ricordare con sicurezza qualcosa che non è andato così.


Lo hanno misurato Daniel Walters e Philip Fernbach in uno studio del 2021 pubblicato su PNAS, la rivista dell'Accademia delle Scienze americana. Hanno chiesto a investitori reali di ricordare le operazioni che avevano pesato di più sul portafoglio, poi di verificarle sugli estratti conto. In uno degli esperimenti, il confronto tra ricordo ed estratto conto ha dato questo risultato:


Rendimento ricordato: quasi il 30%. Rendimento effettivo: poco meno del 22%.


Le operazioni in perdita venivano dimenticate circa quattro volte su dieci, quelle in guadagno tre su dieci. E più il ricordo era abbellito, più gli investitori si dicevano sicuri di battere il mercato — e più spesso compravano e vendevano. In un altro esperimento, far consultare gli estratti conto prima di rispondere è bastato a ridurre la sicurezza eccessiva e la voglia di operare, senza azzerarle.


Su un patrimonio come quello di Paolo, se il ricordo dice “pari” e il rendiconto dice −10%, la differenza vale 19.000 euro. Non sul conto: nella testa. Ed è da lì che si decide l'anno successivo.


Su quale dei due numeri stai costruendo la prossima scelta?


Le tre trappole della memoria che pesano sul portafoglio


Tradotto in gestione patrimoniale, lo stesso meccanismo prende quasi sempre tre forme.


1. Ricordare il risultato e dimenticare le ragioni


Ogni scelta d'investimento nasce da ragioni precise: un obiettivo, un orizzonte, le informazioni disponibili in quel momento. Raramente qualcuno le annota, e col tempo resta solo il risultato.


Un esempio. Si lasciano 40.000 euro sul conto deposito perché entro un anno serviranno per la casa. Nei dodici mesi successivi le borse salgono del 18%. Oggi il ricordo è: “ho perso un'occasione”. Ma con una spesa certa a dodici mesi, tenere quella somma al riparo era la scelta coerente. Il risultato del mercato ha preso il posto della ragione.


La domanda da farsi: con le informazioni e gli obiettivi di allora, era una scelta sensata?


2. Scambiare la sicurezza del ricordo per la sua esattezza


Più un ricordo è nitido, più sembra vero. Ma nitidezza e verità non coincidono: come abbiamo visto, un ricordo falso può essere vissuto con grande sicurezza.


Un esempio. Un investitore è convinto di aver “quasi sempre scelto bene” le azioni comprate negli ultimi anni. Ricorda bene le due che sono raddoppiate. Delle tre vendute in perdita gli resta un'impressione vaga. Su quel bilancio parziale decide di aumentare la quota in titoli singoli. È il meccanismo misurato dallo studio su PNAS: chi dimentica le perdite si sente più bravo, e opera di più.


La domanda da farsi: quante delle mie operazioni in perdita saprei elencare senza guardare?


3. Pensare che la revisione periodica basti a correggere il ricordo


È la trappola meno visibile, perché sembra una garanzia. Una revisione serve a confrontare ciò che è successo con ciò che si voleva ottenere. Se però parte da un riassunto, il confronto salta. Il riassunto può essere il grafico dell'app, il ricordo dell'ultimo incontro o la sintesi chiesta a un assistente AI.


Un esempio. A fine anno il grafico dice +4% e sembra un buon anno. Ma l'obiettivo era ricavare 7.500 euro l'anno da 150.000 senza intaccare il capitale, e il +4% ne vale 6.000. Senza l'obiettivo scritto, nessuno se ne accorge. Come nella ricerca di Georgetown, chi controlla assorbe il riassunto invece di correggerlo, e “un buon anno” diventa il ricordo.


La domanda da farsi: rispetto a quale obiettivo, scritto quando, sto giudicando quest'anno?


Per questo può servire uno strumento semplice: un diario delle decisioni. Per le scelte che contano bastano tre righe: perché si è deciso, a che cosa deve servire quel denaro, quale rischio si è disposti ad accettare. Il rendiconto conserva cosa è successo; il diario conserva perché. A distanza di anni, quel foglio vale spesso più della memoria. Nella guida in fondo all'articolo trovi un test che qui resta aperto — scrivere a memoria quelle tre righe per ogni posizione del portafoglio che hai oggi — e la scheda per le decisioni future, con un esempio già svolto.


Qualche giorno dopo, Paolo apre il rendiconto del 2022: vuole mostrare al figlio come si tiene duro. A ottobre di quell'anno, dopo mesi di ribassi, aveva venduto il fondo azionario. Quasi 60.000 euro. Non lo ricordava.


Il figlio gli chiede come si possa dimenticare una cosa del genere. Paolo ci pensa un momento.


“Non è che ricordassi male. Ricordavo solo le foto col sole.”


Il ricordo di Paolo non era una bugia. Era un riassunto. E un riassunto si corregge in un modo solo: tornando al documento.


È uno dei punti più sottovalutati nei percorsi di pianificazione: scrivere le ragioni di una scelta richiede pochi minuti, ma serve davvero solo se qualcuno le rimette sul tavolo al momento della revisione.


La domanda che vale la pena porsi non è “quanto ho guadagnato?”. È: la prossima decisione la prenderai partendo da ciò che ricordi, o da ciò che c'è scritto?


⚠️ Contenuto a finalità educative e informative. Non costituisce consulenza in materia di investimenti né raccomandazione di acquisto o vendita di strumenti finanziari ai sensi del Regolamento UE 596/2014 (MAR). Le situazioni descritte sono composite e anonimizzate.


Il diario delle decisioni

Un test di dieci minuti sul portafoglio che hai oggi e una scheda breve, da compilare al computer o da stampare, per fissare il perché delle prossime decisioni. Con un esempio svolto e le domande per rileggerle.

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